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22 dicembre 2008

Le nanotecnologie salvano la cripta di San Zeno a Verona

Verona. Nel corso del secondo degli incontri di laboratorio, l'iniziativa che il soprintendente ai Beni artistici Fabrizio Magani ha voluto varare appena giunto a Verona pochi mesi fa, i restauratori Egidio Arlango, Fabrizio Pietropoli e Chiara Scardellato hanno illustrato l'importante operazione di salvataggio degli affreschi della cripta di San Zeno, ottenuta grazie all'uso delle nanotecnologie, che non solo hanno garantito la possibilità di effettuare interventi altrimenti assai difficili da realizzare, ma di avere risultati che stanno resistendo nel tempo in un ambiente che è tra i più estremi per la conservazione di questo tipo di dipinti.

SCARSA ATTENZIONE. «Fino al 2003», ha segnalato Pietropoli, «la cripta ha avuto minore attenzione rispetto al complesso monumentale della basilica, che dal 1976, anno di istituzione della Soprintendenza, è stata oggetto di numerosi e reiterati interventi, grazie anche alle sponsorizzazione della Banca Popolare». Una disattenzione quasi storica, verrebbe da dire, vedendo quanto scarse siano state nel corso degli ultimi due secoli le informazioni e le documentazioni sugli affreschi del XIII e XIV secolo che vi sono contenuti.
Un unico intervento conservativo, con consolidamento dei bordi degli intonaci che si stavano staccando a causa dell'elevatissima umidità (la cripta è, ovviamente, sotto il livello del terreno), era stato stato realizzato negli anni iniziali della seconda guerra mondiale, tra il 1941 e il 1943. Poi più nulla.

LA FASE DI STUDIO. Il loro esame a partire dal 2003 aveva evidenziato come, per una molteplicità di concause, dagli sbalzi termici di dieci gradi tra l'inverno e l'estate all'umidità oscillante costantemente tra il 75 e l'85 per cento, con fenomeni di condensazione, soprattutto sul pavimento, dalla polverizzazione della superficie pittorica a bolle estese un po' ovunque, da fenomeni chimici con fluorescenze di nitrati e salnitri a infestazioni di funghi e batteri, essi necessitassero di un intervento urgente. Ma come?
«Eseguite a fresco, a calce e a secco», ha spiegato la Scardellato, «le pitture mostravano un forte degrado, come perdita di coesione dei pigmenti e strato biancastro sulle superfici. Scartate le resine acriliche e fluorurate, nonché il silicato di etile, per problemi di alterazioni del cromatismo delle pitture, e di rischio di perdita della permeabilità, si è deciso di utilizzare consolidanti inorganici».

LA NANOCALCE. Ed è qui che, grazie alla collaborazione con i professori Luigi Dei e Barbara Salvadori dell'Università di Firenze, si è arrivati alla sperimentazione della nanocalce dispersa in alcol iso-propilico durante l'intervento conservativo. Stiamo parlando di molecole così infinitesimali da usare come unità di misura il nanometro, ossia un miliardesimo di metro (dieci elevato alla -9). Prima di arrivare a queste, i restauratori hanno provato a usare le microdispersioni (ottenute disperdendo finemente in alcol, tramite bagno a ultrasuoni, del grassello di calce) a pari concentrazioni.
Le prove di confronto tra nanodispersioni e microdispersioni hanno dato ad alte concentrazioni (0,067 moli/litro) imbianchimento, ma le aree trattate con nanocalce venivano ripulite con più facilità. Questi risultati hanno consigliato di diluire maggiormente l´applicazione da stendere sulla carta giapponese che veniva collocata sulle parti da restaurare.
Le nanomolecole esagonali di calce, disciolte nell'alcol iso-propilico, penetravano sotto la superficie pittorica, che veniva trattenuta dalla carta durante tutta l'operazione, e si attaccavano direttamente all'intonaco. Una leggera pressione del colore sollevato provvedeva poi a reincollarlo al sostegno sottostante integrato dalla nanocalce. Solo quando la carta era tornata perfettamente asciutta, essa veniva poi distaccata. E si provvedeva alla ripulitura.

IL RISULTATO . Il lavoro è durato nove mesi, dal marzo 2004 alla fine dell'anno. I risultati sono diventati esemplari per lo sviluppo di una tecnica che è stata brevettata con il marchio registrato Nanorestore.
«E oggi», ha concluso Arlango, «possiamo dire che è stata consolidata una superficie tra il 70 e il 90% delle zone degradate e che a quattro anni di distanza, a parte alcuni leggeri sollevamenti localizzati, i risultati sono positivi».
Autore: Giancarlo Beltrame
Fonte: http://www.larena.it

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