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10 febbraio 2009

Ottant’anni di lotta al tumore

L’Istituto ha da poco compiuto i suoi ottanta anni di vita. Doveroso un piccolo bilancio…
La storia di questi 80 anni dell’Istituto Nazionale dei Tumori si sovrappone, anche se non in modo esclusivo, alla storia delle diverse discipline che caratterizzano l’oncologia italiana e non solo. Qui il professore Gianni Bonadonna ed il professore Umberto Veronesi misero a punto le cure chemioterapiche e le tecniche operatorie, ancor oggi in tutto il mondo utilizzate con successo, per contrastare il tumore al seno. Molte altre sperimentazioni sono nate qui da noi e rappresentano pietre miliari dell’oncologia e, ancora oggi, diversi schemi di terapia restano le uniche opzioni valide per il trattamento di alcune neoplasie. Ma il nostro Istituto non vive solo dei ricordi e degli allori passati. Lo testimoniano i risultati nella ricerca e nella clinica ampiamente pubblicati sulle più prestigiose ed autorevoli riviste scientifiche internazionali e ripresi dai media non specializzati. Lo dimostrano le collaborazioni scientifiche in atto con i più importanti Centri oncologici mondiali.

Con 13mila pazienti nel 2007, di cui circa il 40% provenienti da altre regioni italiane e straniere, il Centro milanese è stato e continua a essere un punto di riferimento per il nostro Paese. Quali i motivi di questa eccellenza?
Tra i tanti motivi che potrei citare, ritengo che due siano i principali. Il primo è lo stretto legame che, fin dalle origini, unisce la ricerca all’attività clinica, la cosiddetta ricerca traslazionale. L’essere Istituto di ricerca e cura, con alle spalle un patrimonio di conoscenze davvero uniche, che riguardano tutti i diversi aspetti dell’oncologia, che si arricchisce quotidianamente anche per i forti collegamenti con i più importanti centri di ricerca mondiali, ci consente di mettere a disposizione dei pazienti, con grande tempestività, i più aggiornati progressi nella diagnosi e nella cura. Il secondo motivo, che forse è ancora più importante, è l’attenzione che abbiamo verso la persona e non solo verso la malattia. Per noi l’eccellenza significa, innanzi tutto, prendersi cura “a tutto tondo” del malato, impegnandosi nell’area della accoglienza, dell’accompagnamento, della comunicazione e della salvaguardia di tutti i valori della persona che vanno oltre il semplice trattamento dell’organo malato.

Quale è stato e qual è il rapporto che lega l’Istituto alla sua città, Milano?
Sono solito dire che il nostro Istituto, nel suo campo specifico, rappresenta per Milano, quello che il Teatro alla Scala rappresenta in campo musicale. La capitale meneghina si è sempre riconosciuta nell’attività che qui viene svolta. Non a caso, infatti, Pietro Bucalossi, oncologo di fama internazionale, dapprima Direttore e poi Presidente dell’Istituto, è diventato uno dei Sindaci di Milano più amati e rispettati.

Per un centro come il vostro, la ricerca è il cardine attorno a cui ruota ogni ingranaggio. Cosa significa fare ricerca oggi in Italia? Quali difficoltà incontrate…?
Fare ricerca oggi in Italia significa confrontarsi principalmente con due ordini di problemi. Il primo riguarda sicuramente le risorse economiche che, a partire dai noti vincoli che gravano sulla nostra spesa pubblica, risultano carenti. Il confronto con la spesa pro-capite per la ricerca con i Paesi più importanti dell’Unione Europea è al riguardo assai esplicito. Ciò influenza negativamente anche l’organizzazione della ricerca, perché non consente di dare certezze e prospettive a un grande numero di ricercatori, che sono poi la risorsa più preziosa di cui disponiamo. A questo riguardo voglio ricordare che la Regione Lombardia per dare una prima risposta concreta al problema del precariato della ricerca si è impegnata con noi a finanziare 8 posizioni a tempo indeterminato di ricercatori nell’ambito della ricerca biomedica traslazionale, all’interno di una strategia che ipotizza per i ricercatori un percorso di carriera di 9 anni complessivi, con contratti a tempo determinato di tre livelli, dopo un periodo di formazione (borse di studio), almeno triennale. Il secondo problema ha a che fare con il processo decisionale, subordinato ad anacronistici vincoli burocratico-amministrativi che condizionano pesantemente la ricerca in ambito pubblico. Le difficoltà sopra ricordate riusciamo, in parte, a superarle in primo luogo grazie all’abnegazione e alla passione dei nostri ricercatori, e in buona misura grazie ai finanziamenti ai nostri progetti di ricerca di varie Associazioni, in primo luogo l’Airc, e al contributo dei cittadini tramite il 5‰, che nel 2006 ha significato finanziamenti per oltre 5 milioni di euro.

Di recente avete reso operativo un Tecnology Transfer Office, ufficio per la promozione e la realizzazione di brevetti frutto della vostra ricerca. In che prospettiva si inserisce questa iniziativa?
Il Tecnology Transfer Office, ufficio per la promozione e la realizzazione di brevetti frutto della nostra ricerca, è potenzialmente uno degli strumenti che abbiamo a disposizione per superare le criticità che ricordavo. Nasce sul modello delle grandi Fondazione anglosassoni, che grazie a questa strada finanziano la continua innovazione della strumentazione necessaria allo sviluppo della ricerca e, contemporaneamente, mettono a disposizione dei ricercatori la possibilità di una remunerazione aggiuntiva che dipende direttamente dai risultati del loro lavoro. E’ questa una via molto importante per noi, anche per creare organiche ed etiche partnership con l’industria.

Nella lotta contro il tumore, l’innovazione ha un peso ancora più grande che per altre patologie. Quali sono gli esempi più recenti che avete messo a punto?
Lo sviluppo della genetica molecolare ci ha permesso di suddividere un determinato tumore in diversi sottogruppi caratterizzati dalla stessa alterazione molecolare, che vanno però trattati farmacologicamente in modo diverso a seconda del sottogruppo di appartenenza e non più in modo indifferenziato come è avvenuto in passato e, in larga misura, avviene ancora oggi. Questo approccio, ad esempio, ci ha portato a definire, nell’ambito di sperimentazioni internazionali, nuove modalità di cura personalizzate nel campo dei tumori rari, di quelli del colon retto, di tumori al fegato ed altri ancora. L’innovazione non è, però, solo nelle metodologie di diagnosi e cura, ma è anche nell’organizzazione complessiva della lotta ai tumori. Questa è la ragione, ad esempio, che ha spinto la Regione Lombardia a creare la Rete Oncologica Lombarda per assicurare che in ogni struttura che sul territorio opera, a vario titolo, in campo oncologico, garantisca sempre gli standard più elevati di diagnosi e cura, assegnando alla Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori il ruolo di ente attuatore e di direzione scientifica.

Che ruolo giocano le nanotecnologie nell’individualizzazione della terapia?
Come ci ha ricordato recentemente il padre delle nanotecnologie applicate alla ricerca contro il cancro, il professore Mauro Ferrari dell’Università del Texas, in occasione del nostro 80° anniversario, le nanotecnologie sono ormai ben presenti non solo nella terapia, ma in ogni settore della lotta contro il cancro. Agenti di contrasto nanotecnologici per le indagini diagnostiche in radiologia e medicina nucleare sono la norma e non l’eccezione. L’utilizzo delle nanotecnologie nella cura si trova oggi ad affrontare una nuova frontiera: l’individualizzazione della terapia tramite lo sviluppo di nanosistemi della terza generazione. Il problema centrale è che ogni nanoparticella, così come ogni farmaco convenzionale, è riconosciuto dal corpo come un invasore estraneo, che dunque tenta di distruggere, inattivare, eliminare o sequestrare tramite una complessa e magnifica serie di azioni, che chiamiamo collettivamente “barriere biologiche”. Le barriere biologiche sono diverse per ogni persona, e si modificano nel corso della malattia; questo fornisce un ulteriore ostacolo, ma anche una dimensione ulteriore per l’individualizzazione della terapia. Ormai è chiaro che per avere successo contro il cancro l’individualizzazione della terapia è non solo un buona idea: è un’assoluta necessità.

Avete anche aggiunto nuove sale operatorie…
Siamo fortemente intenzionati a continuare a garantire l’eccellenza delle nostre prestazioni, anche all’interno di una struttura che sappiamo di dover lasciare fra 5-6 anni. Entro la prossima primavera entreranno in funzione 5 nuove sale operatorie. Di cancro si muore di meno, ma ci si ammala di più. Anche per questo, non possiamo aspettare la nuova e moderna sede che andremo a realizzare assieme all’Istituto Besta e all’Ospedale Sacco, anche perché la domanda crescente per il 40% proviene da fuori regione, dove spesso non ci sono alternative, come invece fortunatamente ci sono in Lombardia.

A proposito di questa collaborazione con l’Istituto Besta, che si realizzerà pienamente con il Polo pubblico di Ricerca ed Assistenza Sanitaria, c’è qualche preoccupazione per i tagli da Roma (nonostante Formigoni abbia assicurato che ci saranno i fondi)?
Le due Fondazioni Irccs Istituto Nazionale dei Tumori e Istituto Neurologico “C. Besta” hanno deciso di anticipare i tempi della collaborazione, che si realizzerà nel futuro Polo pubblico di Ricerca e Cura Sanitaria. Nell’edificio di proprietà dell’Int di via Amadeo verranno ospitate anche alcune attività di ricerca svolte, nel campo neurologico, dall’Istituto “C. Besta”. Nello stesso edificio prossimamente si insedierà anche la Biobanca al servizio della Rete Oncologica Lombarda. Il Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, intervenendo in occasione della celebrazione dell’80° Anniversario dell’avvio delle attività del nostro Istituto, ha pubblicamente confermato che il Polo pubblico di Ricerca e Cura Sanitaria si farà nei tempi previsti. La sua parola, assieme agli accordi di programma già firmati, non credo possa essere messa in dubbio da nessuno.

Cosa significherà per Milano questo grande progetto?
La realizzazione del nuovo complesso consentirà di mettere a disposizione di tutti i cittadini strutture moderne e funzionali orientate alla ricerca, alla cura e alla didattica, in grado di competere con le migliori strutture europee pubbliche e private. Pur preservando le peculiarità dei singoli Istituti, verrà realizzato un formidabile concentrato di competenze e di strumentazioni, che consentirà di ottenere importanti economie di scala non solo sul piano economico, e che esalterà la presenza pubblica in campo sanitario. L’assegnazione dell’Expo 2015 a Milano, sarà un incentivo in più per dotare quella zona di tutte le infrastrutture viarie e di servizio necessarie a riconfermare, anche a livello internazionale, l’eccellenza della ricerca e dell’assistenza sanitaria della Lombardia.

Ricerca, impegno, organizzazione, ma anche arte, danza, cultura, umanizzazione e accoglienza….. dal 2003 presso la vostra struttura è attivo un laboratorio in cui il paziente può combattere la malattia attraverso un percorso creativo… quanto conta l’attenzione al malato nella lotta contro un male così insidioso?
I risultati dell’arteterapia anticancro sono tangibili. I pazienti sottoposti a chemio registrano una riduzione della nausea anticipatoria, il dolore diminuisce e subentra una sensazione di relax e di benessere generale. Dati recenti indicano infatti che, tra i bisogni insoddisfatti riferiti dai pazienti, ci sono il controllo dei sintomi (62,8%), l’attività occupazionale (62,1%) e il supporto emozionale (51,7%). Anche in questo caso dimostriamo di saper prendere in carico la persona nella sua complessità. Studi autorevoli hanno, peraltro, da tempo confermato che la condizione psicologica della persona ammalata influenza significativamente l’esito della terapia. Il nostro interesse si è rivolto anche alle famiglie dei malati: a partire dal prossimo anno inizierà il corso “Conoscere per Curare”, organizzato in collaborazione con la Fondazione Floriani, attraverso il quale si vuole educare la famiglia ad assistere il malato oncologico. Una vera e propria scuola con corsi regolari, che ha come docenti medici e infermieri del nostro Istituto. Molte sono poi le iniziative legate alla accoglienza e alla umanizzazione e qui la Lega Italiana per la Lotta ai Tumori (Lilt) che ha sede al nostro interno ci da una grossa mano.
Autore: Giovanna Canzi
Fonte: http://www.edipi.com

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