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News & Eventi
3 giugno 2009
Scienziati in collina: brevettato il lievito del vero Prosecco
La Regione del Veneto si cautela e «blinda» il ceppo
VENEZIA — Anche un umile lievito può meritare la protezione di un brevetto. Perché quel lievito, frutto di una lunga indagine condotta sul campo, ha uno straordinario significato simbolico e domani potrebbe produrre anche un valore aggiunto sul piano commerciale: è l’elemento di base per fare il «vero» prosecco, quello che si avvicina maggiormente alle caratteristiche organolettiche originali del vino nostrano più prodotto e bevuto. Perciò la Regione Veneto, proprietaria dei risultati della ricerca condotta dal dipartimento di Biotecnologie agrarie dell’università di Padova, ha deciso di fare il grande passo: attraverso il suo braccio operativo Veneto Innovazione, sta procedendo a depositare il brevetto che renderà unico e inimitabile il ceppo di lievito selezionato dai ricercatori.
Sarà il prototipo del prosecco tipico. Il più tipico che la scienza possa garantire. Il progetto, in modo del tutto appropriato, è stato chiamato «Prosit» e ha goduto dei finanziamenti messi a disposizione dalla Finanziaria regionale del 2005, per un totale di 130 mila euro. Ci hanno lavorato due professori associati del dipartimento di Biotecnologie agrarie, Viviana Corich e Alessio Giacomini, insieme con la dottoressa Angiolella Lombardi dell’Istituto per la qualità e le tecnologie agroalimentari di Veneto Agricoltura.
I tre ricercatori si erano prefissi uno scopo preciso: selezionare in natura non un lievito qualsiasi ma il lievito, quello che conferisce al prosecco la sua tipica nota floreale. Sentori di acacia e glicine, secondo i puristi.
Un lavoro antico, eseguito con i mezzi della tecnologia ma, nell’anima, pre-industriale. Conferma il professor Giacomini, microbiologo degli alimenti: «Una volta si pigiava l’uva vendemmiata e i lieviti presenti naturalmente nel vitigno davano al vino le sue caratteristiche. Oggi, invece, in enologia si utilizzano lieviti selezionati e riprodotti in laboratorio, allo scopo di ottenere una fermentazione regolata, al riparo da brutte sorprese per il prodotto. Questo è il pregio - spiega ancora Giacomini ma c’è anche un difetto: i vini così ottenuti sono in qualche modo omologati, molto simili l’uno all’altro. Noi siamo andati a ricercare i lieviti naturali, selezionandoli da centinaia di campioni prelevati in diversi punti della zona Doc del prosecco». Non è stato semplice, per una ragione evidente: di lieviti «selvaggi», in quelle colline fra Conegliano e Valdobbiadene dove la concentrazione di attività umane è massiccia, non ne sono rimasti poi molti. «Siamo andati a prenderci i grappoli in pre-vendemmia - racconta il professor Giacomini - e li abbiamo messi a fermentare, per sviluppare i lieviti migliori. Quello che abbiamo selezionato, al termine di innumerevoli prove organolettiche, è un ceppo solo: il lievito del prosecco tipico, che verrà protetto dal brevetto».
Vendemiano Sartor, che ha seguito il lavoro nella sua veste di assessore regionale all’Economia e innovazione, spiega così la scelta strategica della Regione: «Noi vorremmo che l’investimento di risorse pubbliche nella ricerca delle biotecnologie e nanotecnologie fosse strettamente collegato alle esigenze del tessuto produttivo veneto, con risultati brevettabili e capaci di sviluppare una crescita competitiva. Questo è il primo esempio, che riguarda tra l’altro - specifica Sartor - un prodotto eccellente del Veneto: adesso abbiamo un ceppo di lievito isolato nella zona Doc, in grado di esaltare le caratteristiche delle nostre uve e di migliorare la qualità del prosecco. Mi piacerebbe che i nostri imprenditori, e anche gli amministratori pubblici, capissero l’importanza di questi progetti: vale più un investimento in ricerca che qualche contributo pubblico distribuito tra le aziende».
La cosa, evidentemente, è piaciuta. I ricercatori dell’università di Padova sono già al lavoro sui lieviti di un altro portabandiera dell’enologia veneta, il raboso, e hanno allargato l’orizzonte fino all’ex tocai, ora denominato tai. Un brindisi.
Sarà il prototipo del prosecco tipico. Il più tipico che la scienza possa garantire. Il progetto, in modo del tutto appropriato, è stato chiamato «Prosit» e ha goduto dei finanziamenti messi a disposizione dalla Finanziaria regionale del 2005, per un totale di 130 mila euro. Ci hanno lavorato due professori associati del dipartimento di Biotecnologie agrarie, Viviana Corich e Alessio Giacomini, insieme con la dottoressa Angiolella Lombardi dell’Istituto per la qualità e le tecnologie agroalimentari di Veneto Agricoltura.
I tre ricercatori si erano prefissi uno scopo preciso: selezionare in natura non un lievito qualsiasi ma il lievito, quello che conferisce al prosecco la sua tipica nota floreale. Sentori di acacia e glicine, secondo i puristi.
Un lavoro antico, eseguito con i mezzi della tecnologia ma, nell’anima, pre-industriale. Conferma il professor Giacomini, microbiologo degli alimenti: «Una volta si pigiava l’uva vendemmiata e i lieviti presenti naturalmente nel vitigno davano al vino le sue caratteristiche. Oggi, invece, in enologia si utilizzano lieviti selezionati e riprodotti in laboratorio, allo scopo di ottenere una fermentazione regolata, al riparo da brutte sorprese per il prodotto. Questo è il pregio - spiega ancora Giacomini ma c’è anche un difetto: i vini così ottenuti sono in qualche modo omologati, molto simili l’uno all’altro. Noi siamo andati a ricercare i lieviti naturali, selezionandoli da centinaia di campioni prelevati in diversi punti della zona Doc del prosecco». Non è stato semplice, per una ragione evidente: di lieviti «selvaggi», in quelle colline fra Conegliano e Valdobbiadene dove la concentrazione di attività umane è massiccia, non ne sono rimasti poi molti. «Siamo andati a prenderci i grappoli in pre-vendemmia - racconta il professor Giacomini - e li abbiamo messi a fermentare, per sviluppare i lieviti migliori. Quello che abbiamo selezionato, al termine di innumerevoli prove organolettiche, è un ceppo solo: il lievito del prosecco tipico, che verrà protetto dal brevetto».
Vendemiano Sartor, che ha seguito il lavoro nella sua veste di assessore regionale all’Economia e innovazione, spiega così la scelta strategica della Regione: «Noi vorremmo che l’investimento di risorse pubbliche nella ricerca delle biotecnologie e nanotecnologie fosse strettamente collegato alle esigenze del tessuto produttivo veneto, con risultati brevettabili e capaci di sviluppare una crescita competitiva. Questo è il primo esempio, che riguarda tra l’altro - specifica Sartor - un prodotto eccellente del Veneto: adesso abbiamo un ceppo di lievito isolato nella zona Doc, in grado di esaltare le caratteristiche delle nostre uve e di migliorare la qualità del prosecco. Mi piacerebbe che i nostri imprenditori, e anche gli amministratori pubblici, capissero l’importanza di questi progetti: vale più un investimento in ricerca che qualche contributo pubblico distribuito tra le aziende».
La cosa, evidentemente, è piaciuta. I ricercatori dell’università di Padova sono già al lavoro sui lieviti di un altro portabandiera dell’enologia veneta, il raboso, e hanno allargato l’orizzonte fino all’ex tocai, ora denominato tai. Un brindisi.

